Questa articolo è stato scritto da una nota giornalista (di cui però non c’era il nome) sulla rivista “Cani” dell’Enci, l’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana, e racconta dell’inatteso incontro con il suo primo beagle Vasco e del fantastico mondo in cui lui l’ha trasportata.
Mi ha fatto ridere e mi ha commosso e più di una volta mi sono ritrovata ad annuire mentre descriveva il carattere e la testardagine del suo Vasco, e la passione che l’ha travolta nei confronti di questa razza forte e amabile che to dona il cuore come poche persone sanno fare.
I miei tre Beagle ed io

La mia vita con Vasco con cui ho scoperto un nuovo mondo, ed ha salvato un’anziana meritandosi il “Premio internazionale di fedeltà del cane” a Camogli Insieme a lui Maggie e Bellman che…
Divido per senso pratico e per la loro capacità di comunicare gli uomini in tre categorie: poveri, ricchi, infelici. I primi non hanno mai avuto un cane; i secondi vivono con un cane; i terzi, lo hanno sempre desiderato senza poterselo mai permettere. Ho appartenuto per più di tre quarti della mia esistenza a quest’ultima sfortunata diramazione evolutiva, l’homus poco erectus, una specie diffusa nelle città, nei palazzi, negli uffici, nelle scuole, perenne minoranza in molte famiglie. L’andamento interiore di questa categoria umana è chino, tristemente adagiato nella speranza che un giorno arrivi lui, l’anello mancante, il “pieno” che manca sempre. Per decenni mi sono sempre chiesta che volto avrebbe avuto, come quando si fantastica l’amore vero che verrà. Era un giorno di gennaio, classicamente piovoso e freddo, contronatura per qualsiasi desiderio di passeggiata quando lui senza dirmi niente si presentò davanti alla mia porta. Anzi, in ufficio. Arrivò col messaggio di una collega: “Ho visto un cane come te. Prendilo. La padrona l’ha lasciato in pensione e poi non è più andata a riprenderselo. E’ un beagle”. Vasco aveva già tentato la sorte più volte: avevano provato ad adottarlo altre famiglie, catturate dal fascino di un cane di razza a zero lire. Ma ogni fine settimana, il cane tornava da dove era arrivato. Forse era giunto il momento di aprire il mio stretto bilocale milanese – passo io poi passi tu – a questo sole oscurato dall’ignoranza e dall’impazienza. Senza neppure vederlo, con un’incoscienza istintiva, lo volli subito con me, a condividere i tempi della redazione di un quotidiano. Il giorno dopo, era il 10 gennaio 2001, vinsi la lotteria di Capodanno. Senza avere alcuna cognizione canina, senza saper declinare qualsiasi norma etologica al nostro incontro e alla convivenza reciproca, mi misi alla prova, sapendo che comunque lui nel bene e nel male sarebbe stato mio compagno per tutta la sua vita. Fratello, amico, compagno, non lo sapevo definire Vasco se non come prosecuzione e completamento di me stessa. Io ero il mio beagle, il mio beagle era anche me. Anche, perché un beagle porta con sé quell’indipendenza e quella voglia di libertà che non risponde a comandi, ordini. Bensì a studio, comprensione, rispetto dei suoi tempi. Al parco questo volto da segugio, naso giù a cercare nel cono degli odori le tracce migliori, svelò subito le sue doti di comunicatore, di mediatore, di facilitatore sociale, intermediario straordinario. In un centesimo di secondo avevo capito che avere un beagle non era banale, ripetitivo, né consueto. Non avevo un cane da passeggio, da divano, da compagno di jogging. Non avevo però neanche un cane abituato a convivere con gli altri suoi simili: rissoso, impudente, irrequieto, indisponibile ad ascoltarmi. Un beagle, con più traumi d’abbandono, aveva bisogno di altro, non di compiacimenti. Non ci volle molto a lasciare il bilocale a due passi dal lavoro, alle mie fughe nascoste dal giornale in bicicletta contromano per fargli fare pipì: da 380 metri a 38 chilometri dall’ufficio, casa con giardino, il passo fu quasi breve. E fu così che Vasco, e io, voltammo pagina. Iniziai due percorsi: quello dell’educazione, e quello della collina. Testa bassa tutti e due, ci mettemmo a studiare, per capire il nostro reciproco linguaggio. Grazie all’essenziale e felice intesa con l’amico veterinario Andrea Curti e un buon educatore ogni giorno cadevano pezzi di ignoranza, di preconcetti. Parlare da cani in casa con la gestualità, il corpo, la postura e pochi scanditi messaggi divenne la prima lingua ufficiale, scandita dai tempi delle nostre fughe sulla collinetta brianzola tra i richiami, gli esercizi, le corse e le reciproche ricerche nei boschi. Poi da Sergio Bichisecchi, arrivò Maggie, detta Meghina, sangue blu inglese biancoarancio, la sua compagna. Glielo dovevo, anche se non sapevo come avrei gestito due beagle tra casa, lavoro lontano e bosco. Con pazienza, Vasco, Maggie e io, un trio dal collina e fagiani, tra agility e ancora tante lezioni di comportamento, stavamo crescendo insieme. Ma lui, ex orfano ribelle, doveva ancora finire di stupirmi. Era una domenica di marzo, e io lo avevo affidato, per un impegno, ad una persona di fiducia nella passeggiata quotidiana nel bosco. Vasco uscì dal sentiero, scomparve alla vista. Lo trovarono, indifferente a qualsiasi sgolarsi nei richiami, accasciato accanto ad una donna anziana, priva di sensi. L’emozione era quella forte che coglie di sorpresa e che impone di correre subito alla ricerca di soccorsi. L’amica Sara si precipitò a cercare aiuto ma lui, sordo ad ogni parola, non ne volle sapere. Restò cocciuto da beagle accanto alla sconosciuta. E lì fu ritrovato, all’arrivo dei barellieri dell’ambulanza, mentre scaldava l’anziana che stava riprendendo conoscenza. Non gliene importava nulla, in quel momento, dei suoi trascorsi di cane abbandonato. Sapeva, lo avevamo insieme faticosamente imparato con gli educatori della scuola di Marchesini, che c’è il momento del silenzio e quello del ritorno. E che nessuno si sarebbe mai più sognato di non tornare. Vinse, per questa prova di coraggio, il premio internazionale fedeltà del cane, a Camogli. Fu il primo beagle a finire nei titoli del TG5, ad essere ospite, per parlare di educazione, da Vespa a Porta a Porta, da Licia Colò in Animali e Animali, da la Vita in diretta, all’Estate sul Due. Andavamo a sgominare, nel piccolo della nostra esperienza, l’analfabetismo umano che ha dimenticato la lunga storia coevolutiva tra uomo e cane, per riappropriarci di una forma di comunicazione tradita dalla civiltà urbana. Fu in quel periodo che arrivò, per caso, anche il terzo beagle. Volevo imparare a condurre Maggie nel quadrato quando scoprì per caso che l’handler Francesca Cassin abitava dietro l’angolo, in uno spaccato della splendida villa della rimpianta Cucca, Alessandra Sommi Picenardi. Dopo qualche mese la mia porta di casa si aprì a Bellman del Pesco, figlio di Gambit. Il bisogno di capire, di convivere in modo radicale con l’eredità beagle, mi aveva portato senza volerlo e senza merito sino a Paolo Dondina, per fare il salto nel dna storico del vivere beagle. Vasco, imperfetto e fedele, mi ha condotta sino a qui, in un mondo parallelo a quello umano, povero, perché senza cani. Ora che vivo da ricca tra ricchi, sono ancora insaziabile. A chi mi chiede come si fa ad avere in casa tre beagle, rispondo che tre non sono ancora abbastanza. Chi non sa gestirne neppure uno, impari a gestire se stesso.
link: http://www.enci.it/rivista/articolo.php?anno=2009&numero=01&ordine=11







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